Riposa in pace musica urban

Il nuovo millennio, in particolare i suoi primi anni ’10, ha portato una ventata di novità nella società occidentale in un batter d’occhio. Se nella storia dell’umanità i cambiamenti sono stati caratterizzati dalla lentezza, dal secondo dopoguerra in poi il ritmo è iniziato a cambiare. Senza che ce ne accorgessimo le tecnologie hanno stravolto le nostre vite. Oggi siamo nell’era del Post, un’era in cui niente più sembra essere a fuoco, in cui l’arte è stata conquistata dalla post-produzione e la politica dal post-ideologico. Siamo nel post-moderno di Foucault, nella questione del rizoma di Deluze e Guattari.

Cosa centra in tutto ciò la musica urban? L’arte è uno dei pochi campi in cui può essere, è, lecito superare certe etichette e concetti. D’altronde da quando in un estate di fine anni ’70 Dj Kool Herc iniziò a lavorare in modo rivoluzionare i suoi vinili, dando vita al processo di post-produzione successivamente perfezionato da Granmaster Flash con le operazioni di cutting e mixing, la musica ha visto avanti ai suoi occhi spalancarsi le porte del paradiso.

A partire dagli anni ’80 i generi musicali hanno iniziato a mischiarsi ed in particolare la musica afroamericana è cresciuta notevolmente. Quest’ultima, ben prima degli esempi precedenti, già aveva rivoluzionato il mondo musicale.

Nella cosiddetta musica nera il ritmo è molto più importante delle differenze armoniche, tipiche della musica bianca. È qui che sta la differenza più palese fra musica europea e afroamericana(1). Con gli anni la rivoluzione è stata definitiva riuscendo ad arrivare alla pancia ed al cuore delle persone e di altre culture.

In questo processo sicuramente la globalizzazione ha avuto il suo importante ruolo, lo stesso che ha permesso poi di chiamare un certo tipo di musica (anche da noi su questo sito): urbana. Con questo termine si tende ad indicare, attraverso una macrocategoria, tutte le espressioni musicali sviluppatesi nelle metropoli.

Il termine fu coniato negli anni ’70 da Frankie Crocker, importante figura nella storia della divulgazione della musica afroamericana, direttore dei programmi della radio newyorkese Wbls; con ”urban contemporary” descriveva il sound di una radio che raccoglieva nella sua programmazione i vari stili della musica afroamericana: soul, disco music, rhythm and blues, funk, jazz e l’allora neonato rap. Si trattava quindi di un programma radiofonico e di una macrocategoria da contrapporre alla musica ”country” (tipicamente bianca e di un contesto opposto).

Nonostante le buone intenzioni il termine però non è tanto gradito ed il dibattito circa il suo utilizzo, di recente, è nato da Tyler The Creator ai Grammy Awards e riportato in auge dopo la tragica vicenda di George Floyd, in quanto molte etichette (la prima è stata Republican) e riviste hanno scelto di eliminare il termine.

“Per me Urban Music è soltanto un altro modo per la gente bianca di dire n****”

Tyler The Creator

Dopo aver ascoltate le parole di Tyler come dargli torto, perché non può gareggiare con Taylor Switf ad esempio? I neri fanno un genere ed i bianchi un altro? Ora che la cosiddetta musica urban ha influenzato tutti gli altri generi, ci sono effettivamente differenze fra quest’ultima ed il pop?

Ad oggi anche i Grammy hanno preso parte alla rivoluzione linguistica iniziata da Republican ribattezzando la categoria “Best Urban Contemporary Album” in “Best Progressive R&B Album”.

In Italia il discorso, invece, può essere un po’ diverso. Il contesto sicuramente lo è, ma non perchè in Italia non ci sia il razzismo a non esserci è la cultura musicale adeguata, al passo coi tempi. Il discorso sul rap e sulla trap dello speaker Marco Mazzoli di Radio 105 ne è la prova. Secondo quest’ultimo il rap non farebbe parte della nostra cultura, mentre il rock del tanto osannato Vasco Rossi si? Le contaminazioni sono ovunque, nella musica come in altri contesti, ora come in passato.

Chi dice il contrario non conosce la storia. Culturalmente parlando l’occidente è, sotto vari punti di vista, una colonia americana.

Quindi, se negli USA è sbagliato dire parlare di musica urban da noi lo è? Si, ma restano aperti alcuni quesiti. Perché se è vero che l’influenza black è ovunque è anche palese che il pop di Coez o Mahmood non è lo stesso di Emma Marrone o Francesco Gabbani, ci sono però anche esempi opposti come Tiziano Ferro, da sempre etichettato come Pop ma in principio R&B. Il background sicuramente differenzia ogni artista e la sua musica, la sua attitudine.

Oggi che le influenze sono infinite, ora che ci sono più sottogeneri che artisti, il termine urban in qualche modo facilita questa categorizzazione, occultando così l’ignoranza e la noia di informarsi e capire che nome dare a cosa. La vera questione quindi non è utilizzare o meno urban, ma usare l’etichetta giusta, evitando generalizzazioni. Perché le categorie e le etichette servono, una mela non è una pera, così come una melannurca non è una pink lady.

In questo post-moderno sarebbe il caso di rimettere a fuoco alcuni concetti, approfittando della fortuna di avere il sapere in un dispositivo tascabile e di poter conoscere nel dettaglio piuttosto che non sapere niente o sapere un po’ di tutto, che è un po’ la stessa cosa.

(1) cfr. Ian Chambers, Ritmi Urbani, Pop music e cultura di massa, Meltemi editore, Milano, p35


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