“‘A musica mia che r’è: ‘O specchio addò me guardo e veco chi song’io, ‘A voglia pazza ‘e me ‘ncuntrà cu te.”
Tutto ha inizio da James Senese e Mario Musella. Dopo i primi esperimenti insieme e l’esperienza degli Showmen, nasce Napoli Centrale: il progetto che incarna la piena maturità del Neapolitan Power.
In un clima di incertezza e tensione sociale, l’ensemble pubblica l’album omonimo: un disco destinato a diventare uno dei più importanti e riconoscibili della musica napoletana, non solo per vendite, ma per peso culturale.
È il giornalista napoletano Raffaele Cascone a battezzare il progetto con quel nome: un’intuizione che prende spunto dalla stazione ferroviaria del capoluogo, con il suo viavai continuo di gente, tradizioni e abitudini che si mescolano in uno stesso spazio urbano. Esattamente quello che sarà l’intera traiettoria artistica della band.
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Definirlo oggi un fenomeno temporaneo, radical chic o di massa, è difficile. Ancora più difficile capire se quelle parole, quel suono acerbo, siano stati capaci di guidare un intero popolo verso qualcosa di simile alla redenzione. Eppure, siamo di fronte a una meraviglia.
Come scritto da Jurij Lotman e Boris Uspenskij, nel 1977: nel momento in cui culture distinte smettono di coesistere casualmente e diventano un unico organismo, la loro differenza non si appiattisce, si approfondisce. Entrano in un rapporto di somiglianza asimmetrica.
Questo processo è esattamente quello che accade con il Neapolitan Power: più le influenze si fondono, più il suono diventa inconfondibilmente napoletano.
A incarnare questa tensione in modo quasi letterale è Tony Esposito, ideatore del Tamborder, strumento che unisce Oriente e Occidente, il familiare e l’esotico.
Il suo legame con la cultura africana rimette in discussione il Neapolitan Power e genera un nuovo codice sonoro che raggiunge il suo apice con Kalimba de luna (1984). Il titolo non è casuale: la kalimba è uno strumento africano di derivazione mbira, una piccola tavoletta di legno con lamelle metalliche. L’Africa non come citazione estetica, ma come vero asse di interscambio, un punto di equilibrio tra emozione ed espressione.
A chiudere questo percorso, e ad aprirne uno nuovo, non può che esserci lui: Pino Daniele, nato a Napoli il 19 marzo 1955. A Pino si deve l’invenzione del tarammblù, un blend tra tarantella napoletana, rumba e blues. Siamo a cavallo degli anni ’90 e con Mascalzone Latino, il suo ultimo e più personale album prodotto con la britannica EMI, Daniele porta a compimento qualcosa di straordinario: grazie al contributo del percussionista Rosario Jermano, unisce Africa, America Latina e Mediterraneo in un unico respiro.
Il terreno era già fertile. L’unico idioma rimasto è quello napoletano.
