Neapolitan Power: Musella, Senese e la nascita di un suono napoletano

Come può uno dei movimenti culturali più importanti e influenti della musica italiana nascere in una città segnata da contraddizioni profonde, sospesa tra miseria e genialità, porto e periferia? E soprattutto: come può nascere all’interno di una fabbrica di scarpe?

Siamo nella Napoli dei primi anni ’60, nei Quartieri Spagnoli, tra le strade che costeggiano l’ex Ospedale Militare. Qui, tra cuoio, pinze e martelli, due giovani calzolai — James Senese e Mario Musella — stanno inconsapevolmente gettando le basi di quello che verrà poi definito Neapolitan Power.

Amici inseparabili, fratelli non di sangue ma di visione, Senese e Musella trasformano il “bancariello” di lavoro in un laboratorio creativo. Tra una cucitura e una suola applicata, nascono jam session improvvisate che mescolano jazz, blues, soul e rock, attirando più rimproveri che consensi dal titolare della bottega.

Le prime esperienze musicali prendono forma nel 1962 con Vito Russo e i 4 Conny, progetto guidato dal musicista aversano Vito Russo, considerato uno dei padri fondatori del Neapolitan Power. Musella entrerà ufficialmente nel gruppo solo nel 1965, completando un sodalizio destinato a lasciare il segno.

Esattamente due anni dopo nel 1967 il Neapolitan Power inizia a radicarsi all’interno della penisola italiana grazie ai The Showmen. La band, guidata da Senese e Musella, fonde sonorità afroamericane e visceralità partenopea in uno stile inconfondibile, impossibile da replicare altrove.

Con il suo stile inconfondibile il Neapolitan Power, non poteva nascere altrove, come suggeriva Hume, la ragione è spesso “schiava delle passioni”, e questo si riflette pienamente nella produzione artistica dell’epoca.

Reason is, and ought only to be the slave of the passions

In effetti, la società napoletana sembra sposare benissimo questa irrevocabile rappresentazione. Gli Showmen — con musicisti del calibro di Franco Del Prete ed Elio D’Anna — scelgono prevalentemente l’italiano per i testi. Una decisione che può sembrare una rinuncia identitaria, ma che non frena minimamente l’impatto del progetto.

Le rare incursioni in lingua napoletana, come “Che m’he fatto” presentata al Festival di Napoli nel 1970, diventano oggi testimonianze preziose di un linguaggio musicale in transizione, già carico di tensione e autenticità. Durante il festival, infatti, Musella e Senese offrono una performance che regala piccoli accenni dei loro virtuosismi.

La musica, nonostante l’impronta marcatamente “rhythm & blues”, dovuta anche all’ascendenza nordamericana di Musella e Senese, si colloca su temi marcatamente più pop che portano il gruppo ad una rapida ascesa con un album e sette singoli pur vedendo tuttavia, il primo e significativo scioglimento alle prime luci del 1970.

Elio D’Anna, infatti, fonda gli Osanna, mentre Mario Musella intraprende un percorso solista più intimo e personale.

Dalle ceneri degli Showmen prende forma Napoli Centrale, progetto che incarna la piena maturità del Neapolitan Power. In un clima di incertezza e tensione sociale, l’ensemble pubblica l’album omonimo: un disco destinato a diventare uno dei più importanti e riconoscibili della musica napoletana, non solo per vendite, ma per peso culturale.


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