Ho sempre guardato Sanremo per lavoro, quest’anno ho deciso di non guardarlo per lo stesso motivo e vedere cosa resta quando spegni la tv.
È una street song?
In questi giorni sul palco trovi nomi e linguaggi che fino a qualche anno fa avremmo messo in cartelle diverse dell’esperienza culturale italiana: Arisa, Dal Da Vinci, Patty Pravo, Ditonellapiaga, Fulminacci, Sayf, Fedez. Mainstream e urban che ormai si stringono la mano sotto lo stesso faro, si scambiano pubblico, estetica, intenzioni.
Contraddizione? No, è proprio così che funziona. Le majors hanno imparato ad assorbire i linguaggi, per farli passare nel filtro, lucidare gli angoli e rimetterli in circolo. Non è snaturamento, è adattamento, Sanremo è solo il momento in cui questa trasformazione diventa visibile.
Qui si gioca il tutto per tutto, e si sente. Sembrano tutti usciti da un rehab di bon ton. Stesse facce, stessa tensione, stesso “sono pront* per la consacrazione”.
Il reality comincia alle 20:45 spaccate. Protagonisti: ragazzi e ragazze che, se si giocano bene le loro carte, possono ottenere in tre minuti quello per cui lavorano da anni. Intrattenimento allo stato puro dopo mesi di allenamento, strategia e branding (talmente tanto allenamento che alcuni risultano quasi irriconoscibili rispetto ad ospitate podcast su YouTube di un mese prima)
Per alcuni, i nostri coetanei sul palco hanno venduto l’anima. Per altri, hanno solo cambiato il livello del gioco. Ma che senso ha scandalizzarsi per un mezzo che fagocita le sottoculture? Ci aspettiamo davvero che la rivoluzione avvenga alle 20:45 in prima serata su Rai1?
Sanremo non è mai stato un luogo di purezza, è un amplificatore. E gli amplificatori non giudicano il suono: lo potenziano.
Forse il punto è un altro. Sanremo non è più uno show da seguire, è uno schema interpretativo che si costruisce dopo. Lo decomponiamo, lo ricalibriamo nei nostri linguaggi, lo consumiamo con memes, thread, reaction. Non è solo ciò che accade, è ciò che ne facciamo. Il mio feed in questi giorni è una tavola rotonda permanente: interviste, giochi, approfondimenti sugli outfit, clip tagliate in verticale, creators davanti a uno spritz che spiegano cosa è successo. Una chiacchierata infinita tra persone famose e persone meno famose che commentano persone famose o che vorrebbero diventare più famose.
È un ecosistema più che un programma. Eppure per una settimana genera conversazioni real time nelle chat di famiglia tanto quanto nei blog di musica underground. In un mondo dove consumiamo tutto da soli, con le cuffie e l’algoritmo cucito addosso, Sanremo crea simultaneità, o almeno ce ne dà l’impressione. Non lo guardiamo passivamente, lo usiamo. Per parlare di autenticità, di mercato, di successo, di “venduto”, di “ce l’ha fatta”, lo usiamo per proiettare le nostre frustrazioni, le nostre ambizioni, le nostre idee di purezza.
Sì, dietro ci sono multinazionali che tappezzano ogni buco disponibile. Sì, è una macchina perfetta, finchè la facciamo funzionare.
